Le imbarcazioni della missione umanitaria “Global Sumud Flotilla” si trovano ora a circa 130 miglia nautiche da Gaza, una distanza che le avvicina alla cosiddetta “zona rossa”, dove in passato sono avvenute intercettazioni da parte dell’esercito israeliano. Durante la notte, alcuni attivisti a bordo hanno riferito l’avvicinamento di imbarcazioni non identificate con luci spente, elemento che ha innalzato ulteriormente lo stato di allerta.
La flottiglia è composta da una quarantina di barche e trasporta oltre 500 persone, tra cui attivisti, parlamentari e volontari internazionali. Dopo aver superato il limite delle 150 miglia nautiche, la fregata italiana “Alpino” ha diramato l’ultimo avviso ufficiale ai naviganti, chiarendo che non avrebbe proseguito oltre quella soglia. La Marina militare italiana, infatti, non accompagnerà la flotta oltre quel punto.
Possibili conseguenze legali per gli attivisti
Secondo fonti ufficiali, qualora le imbarcazioni della Flottiglia tentino di oltrepassare le acque internazionali per entrare nell’area del blocco navale israeliano, gli attivisti rischiano l’arresto. Le forze navali dell’IDF (Forze di Difesa Israeliane) hanno già predisposto un piano: prima verranno lanciati avvisi acustici per invitare le navi a tornare indietro, poi, in caso di mancata obbedienza, scatterà l’intercettazione e il trasferimento forzato in Israele.
Una volta sul territorio israeliano, gli attivisti potranno scegliere tra l’espulsione volontaria o l’arresto, con successivo processo da parte di una corte speciale per ingresso illegale. In aggiunta, alcune delle imbarcazioni potrebbero essere confiscate o affondate, a seconda della valutazione operativa dell’IDF.
Gli scenari già visti in passato
Eventi simili sono già accaduti: nel luglio scorso, la nave Handala della Freedom Flotilla fu fermata in acque internazionali. A bordo vi erano due attivisti italiani e due parlamentari francesi. Tutti furono arrestati e posti davanti a una scelta: firmare una dichiarazione per il rimpatrio immediato o affrontare la detenzione e il processo. Il tentativo venne rapidamente bloccato senza scontri, ma l’operazione attuale risulta più complessa per l’entità e il numero di partecipanti.
Il caso più drammatico risale però al 2010, con l’intercettazione della nave Mavi Marmara. In quell’occasione, l’abbordaggio israeliano causò la morte di dieci attivisti. Le immagini dello scontro fecero il giro del mondo, sollevando interrogativi sulla legalità dell’intervento in acque internazionali.
La posizione del diritto internazionale
Israele giustifica le sue operazioni richiamandosi al Manuale di Sanremo sul diritto dei conflitti armati in mare (1994), che consente l’intercettazione di una nave diretta verso un’area soggetta a blocco, purché tale blocco sia stato preventivamente dichiarato e notificato. A sostegno della propria azione, Israele cita anche il “Commander’s Handbook on the Law of Naval Operations” della Marina americana, che prevede l’uso della forza anche in alto mare per bloccare navi che violano un blocco legittimo.
Italiani coinvolti: cosa rischiano?
Nel caso dei cittadini italiani presenti a bordo, la situazione presenta implicazioni anche a livello penale nazionale. Il Codice penale italiano, all’articolo 244, prevede pene severe per chi compia atti ostili verso uno Stato estero che possano esporre l’Italia al pericolo di guerra. La reclusione può andare da sei a diciotto anni, e nei casi più estremi può essere comminato l’ergastolo qualora lo Stato venga effettivamente coinvolto in un conflitto.