Che cos’è il taser, come funziona e quali sono i rischi reali

Le morti recenti in Sardegna e Liguria riaccendono il dibattito sull’uso delle armi elettriche da parte delle forze dell’ordine.

Negli ultimi giorni, due casi di cronaca a Olbia e Manesseno hanno posto nuovamente al centro del dibattito pubblico l’uso del taser da parte delle forze dell’ordine. Entrambi gli episodi si sono conclusi tragicamente con la morte di due uomini dopo essere stati colpiti da una scarica elettrica. L’attenzione mediatica e politica si concentra ora sui protocolli di utilizzo, la sicurezza e i possibili effetti collaterali di questa arma non letale.

Il taser, acronimo di Thomas A. Swift’s Electric Rifle, è un dispositivo di autodifesa introdotto alla fine degli anni ’60 ma diffusosi su larga scala solo dagli anni ’90. Viene impiegato da polizia e carabinieri per immobilizzare temporaneamente un soggetto tramite una scarica elettrica. Nonostante venga classificato come “non letale”, il suo impiego comporta comunque una serie di rischi, soprattutto in soggetti già compromessi a livello fisico o psicologico.

Come funziona il taser

Il funzionamento del taser si basa sul rilascio di una scarica elettrica ad alto voltaggio (fino a 50.000 volt) e basso amperaggio. Lo strumento è composto da due elettrodi collegati al corpo dell’arma tramite cavi isolati. Premendo il grilletto, i dardi vengono lanciati verso il bersaglio e, una volta colpito, si crea un circuito elettrico che induce una contrazione muscolare intensa. Il risultato è una temporanea incapacità di movimento, utile per immobilizzare rapidamente il soggetto.

La scarica dura solitamente meno di cinque secondi, tempo sufficiente a neutralizzare una minaccia. Tuttavia, una volta effettuato il colpo, è obbligo dell’operatore di polizia contattare immediatamente i soccorsi per accertarsi che la persona non abbia riportato conseguenze gravi.

In quali circostanze si può utilizzare

In Italia, l’utilizzo del taser è regolamentato da un protocollo del Ministero dell’Interno che ne limita l’uso a situazioni di effettiva necessità e proporzionalità rispetto al pericolo. Prima di colpire, l’agente deve mostrare l’arma al soggetto e attivare un “warning arc”, ovvero una scarica elettrica visibile ma non diretta, come deterrente.

Solo in caso di mancata collaborazione si può procedere con l’uso vero e proprio. Inoltre, le forze dell’ordine devono attendere l’intervento del personale sanitario per verificare le condizioni del soggetto colpito.

In ambito privato, il taser è considerato un’arma propria e può essere detenuto esclusivamente all’interno della propria abitazione, previo nulla osta rilasciato dalla Questura. L’uso è autorizzato solo nei casi previsti dall’articolo 52 del Codice Penale, ovvero legittima difesa. È vietato portarlo in luoghi pubblici.

I rischi legati al suo utilizzo

Sebbene la tecnologia dei taser si sia evoluta – l’ultimo modello, il Taser 10, offre maggiore precisione e affidabilità – non mancano i dubbi sul suo impiego in situazioni critiche. Gli effetti collaterali possono essere pericolosi, soprattutto per persone affette da patologie cardiache, disturbi respiratori, o sotto l’effetto di droghe.

La scarica elettrica può causare aritmie, difficoltà respiratorie o, nei casi più gravi, contribuire a un arresto cardiaco. Anche individui in preda al delirio, stress fisico o mentale elevato, possono essere più vulnerabili agli effetti della scarica.

Le controversie legate all’impiego del taser non sono nuove, ma i recenti decessi hanno alimentato le richieste di una revisione dei protocolli e una maggiore formazione degli operatori. La necessità di coniugare sicurezza pubblica e rispetto dei diritti individuali è al centro delle valutazioni politiche e giuridiche in corso.

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